Un hot-dog senza würstel, salse a parte.

Ricordo benissimo di aver capito la distinzione tra hot and cold, in terza elementare, senza alcuna difficoltà. Mi affascinavano gli stranismi degli stranierismi, e tutt’ora fanno su di me una certa presa. Il mio caldo che per loro è freddo, il mio cane che per loro è salsiccia, o zazzicchia che dir si voglia, ok.

Ma mi sono a lungo interrogata su quale sia stato il momento nel quale ho capito che Babbo Natale non esiste, quando sono passata dall’età delle illusioni all’epoca dei disillusi, e giuro, non me lo ricordo.

Il primo trauma dell’infanzia io non l’ho avvertito, oppure, cosa che mi spaventa un po’, io ‘sto trauma non l’ho vissuto proprio. Nel senso che credo ancora in Babbo Natale, nelle pause di riflessione, nei rapporti a distanza, nell’amicizia tra uomo e donna, nel lato B non photoshoppato di Kim Kardashian.

Questo effettivamente spiegherebbe tutti i punti neri mai schiacciati della mia vita.

Ecco, se io non avessi letto “D’Amore si muore, ma io no”, ‘sta domanda su Babbo Natale non me la sarei mai fatta, sul fatto che sia solo un’invenzione della Coca Cola e che l’amore pure faccia parte di queste strategie di marketing subdole, che ti convincono che se usi il dentifricio giusto quando sorridi partorisci stelline stellate, o che se mangi quello yogurt verde esci dal bagno con le gambe della Marcuzzi, che le tette pure non sarebbe male, ma le mie mi garbano parecchio.

Nella realtà vera, non romanzata, stronza come le luci dei camerini, infima come i buchi della cellulite, che mangiai per sbaglio un bignè in terza media e non se ne andò più dalla coscia destra, a significarmi che non avevo la costituzione delle compagne di classe, che fagocitavano banchi, muri, lavagne, senza ingrassare.

E pure questa storiaccia brutta della costituzione io non l’ho mai capita, ho frequentato perfino giurisprudenza, ho impiegato così il mio gap year, e per quanto ne so, la Costituzione è una, e siamo pure tutti uguali davanti alla legge.

Quindi il mio ingrassare in maniera spropositata, oltre ad essere anticostituzionale, è un’ingiustizia irreparabile.

Nella realtà vera, non romanzata, dicevo, Giacomo che sarebbe il protagonista, che poi sarebbe Guido, e non so quanto ci sia di autobiografico perché pare che con le poesie cucchi un casino (e io ne scrivo a bizzeffe e non ci cucco nessuno), ha una migliore amica figa, che non ha mai baciato né si è mai portato a letto, e fuor di metafora, di libro commissionato da una grande casa editrice, o GCE che dir si voglia, avrebbero copulato come i ragni che studia la sua altrettanto figa fidanzata, emigrata nella terra promessa e vivente il sogno americano, Agata.

Ecco, Giacomo, Guido, ma pure io, aspira alla notorietà da poeta vivente semiprofessionista, professione che può svolgersi da Roma fino a Bangkok, passando per Timbuctù, mentre aspetti la pioggia, evento non facile da verificarsi, ma se fai il poeta contemporaneo e scrivi d’amore sai che l’amore, quello che scrivi, descrivi, elabori, racconti, narri, inventi, e tutti bla bla, ecco quell’amore là, mica c’è, è una roba rarissima come la pioggia a Timbuctù, o vincere al Superenalotto, e io di questi milionari con 1 euro, ne sento parlare da una vita, ma mai visto uno in carne ed ossa, mai, manco da Barbara D’Urso il pomeriggio, tra gli Amici di Maria e Il Segreto di Pepa. Pure su questo aprirei una parentesi ma stiamo deragliando.

Il mio intento è quello di scrivere una recensione, che mi sembra più una lettera aperta ora che la butto giù, o un flusso di coscienza di quelli da lettino dell’analista, ed io personalmente dall’analista ci sono stata, ma ‘sto fantomatico lettino: non pervenuto, c’era la sedia girevole, la stessa del commercialista, dell’avvocato, del notaio. Quindi ho continuato ad odiare gli americani e sono andata avanti.

Voglio scrivere una recensione e mi arrogo il diritto di farlo, perché mi sento una scrittrice matura e discretamente figa, sovrappeso ma figa, e perché davvero, mi è piaciuto talmente tanto che non so tacerlo al mondo, quindi credo venga a mancare il criterio base della recensione: l’imparzialità.

In breve narro ai profani, Giacomo è un poeta, uno che fa i reading in giro per l’Italia, e mentre gira l’Italia per reading, incontra Agata, aracnologa bellissima bellissima bellissima, che si innamora di lui e lui di lei, e felici in bicicletta passeggiano Torino, e di storie romantiche ambientate a Torino non è che se ne raccontino ogni giorno. Giacomo ha una migliore amica che non ha mai baciato, tale Francesca, e conosce ad una cena una certa Giulia con le lentiggini (fascino delle/sulle quali apro un’altra parentesi, perché oltre a scrivere poesie io tengo pure le lentiggini ma non cucco comunque), con la quale scoppia una passione impetuosa, con tanto di sempre gradito regalo di Natale. Agata riceve una proposta di lavoro/studio in America, che pare sia piena di ragni, e Giacomo impazzisce, come avrebbe fatto Guido, ma pure Paolo, Mario, e pure io. Poi lui fa un casino, e il finale l’ho già mezzo rivelato, quindi non aggiungo altro perché nelle recensioni istituzionali non credo si faccia.

Il libro è uno spasso, portatelo al mare, perché viene citato in maniera suggestiva, evocato in un sogno, ma di acqua salata, sesso selvaggio sulla battigia, alghe tra i capelli, manco l’ombra. Portatelo al mare dicevo, ma non in barca, perché ho potuto appurare che non ha lo schermo idrorepellente, è proprio uno di quei libri di carta, che le capre mangiano e l’acqua bagna.

Ah, vorrei aggiungere una nota personale, sulla battuta della sindrome da abbandono come il cane in autostrada ad agosto: io c’ho costruito la mia intera esistenza di abbandoni, subìti e mai inflitti, perché ho il complesso della crocerossina ma non i contundenti ferri del mestiere del boia.

E le conclusioni non so farle, vedi sopra la sindrome dell’abbandono, non so scrivere i finali, mi lasciano sempre a metà libro.

 

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